Vincenzo Vespri, Ordinario di Analisi Matematica, Università di Firenze
Nel bell’articolo di Chiara Oldani postato sul sito di Lettera150 Le criptovalute e le valute digitali (https://www.lettera150.it/2025/03/05/le-criptovalute-e-le-valute-digitali/) vengono analizzate le criptovalute da un punto di vista monetario. In questa nota poniamo maggiore attenzione sugli aspetti tecnologici e sul perché le banche centrali pensino di adottarne la tecnologia per la creazione delle loro valute digitali. Prima di addentraci in queste problematiche, notiamo che, paradossalmente, le criptovalute sono nate proprio per combattere le banche centrali. Nascono per per evitare un mondo distopico dove l’informazione raccolta dalle nostre transazioni monetarie possa permettere un controllo capillare della società da parte dell’élite al comando. Il padre nobile di questo movimento è sicuramente David Chaum che nel suo articolo “Sicurezza senza identificazione: sistemi di transazione per rendere obsoleto il Grande Fratello” affrontò l’argomento del denaro digitale anonimo. Questo movimento iniziò a prendere una forma concreta nel 1992 e fu denominato, quasi da subito, cypherpunk dalla scrittrice Jude Milhon. Nel 1993, Eric Hughes e Tim May scrissero “Il Manifesto Cypherpunk” dove si gettarono le basi “etiche” di questo movimento: “La privacy è necessaria per una società aperta nell’era elettronica. … Non possiamo aspettarci che governi, corporazioni o altre grandi organizzazioni senza volto ci garantiscano la privacy … Dobbiamo difendere la nostra privacy se ci aspettiamo di averne. … I cypherpunk scrivono codice. Sappiamo che qualcuno deve scrivere software per difendere la privacy, e … lo scriveremo.” Steven Levy , sempre nel 1993, scrisse su Wired l’articolo Crypto Rebels, in cui i padri fondatori del movimento comparivano mascherati sulla copertina di quell’edizione: “Le persone in questa stanza sperano in un mondo in cui le impronte informative di un individuo possano essere rintracciate solo se l’individuo coinvolto sceglie di rivelarle; un mondo in cui messaggi coerenti vengono sparati in tutto il mondo tramite rete e microonde, ma intrusi e federali che cercano di tirarli fuori dal vapore trovano solo parole senza senso; un mondo in cui gli strumenti del ficcanaso si trasformano in strumenti della privacy. C’è solo un modo in cui questa visione si materializzerà, ed è attraverso l’uso diffuso della crittografia. È tecnologicamente possibile? Decisamente. Gli ostacoli sono politici: alcune delle forze più potenti del governo si dedicano al controllo di questi strumenti. Insomma, è in corso una guerra tra chi vorrebbe liberare la criptovaluta e chi la sopprimerebbe. Il gruppo apparentemente innocuo sparso intorno a questa sala conferenze rappresenta l’avanguardia delle forze pro-crypto. Sebbene il campo di battaglia sembri remoto, la posta in gioco non lo è: l’esito di questa lotta potrebbe determinare la quantità di libertà che la nostra società ci concederà nel XXI secolo. Per i Cypherpunk, la libertà è una questione che merita qualche rischio”. La battaglia era levare la sovranità del battere moneta ai poteri centrali. Ci furono vari tentativi, ma i prodotti realizzati, all’inizio, erano troppo simili a una valuta, per cui le autorità potevano proibirne l’uso grazie alla legge che solo lo stato è autorizzato battere moneta. Occorreva, quindi, qualcosa di totalmente nuovo che
• Svolgesse il compito della moneta tradizionale.
• Non fosse retta da un’autorità centrale.
• Garantisse l’anonimato esattamente come il contante.
• Fosse a prova di hacker, non fossero possibili malversazioni e, per tale ragione, rimanesse credibile.
• Gli inevitabili costi di gestione non fossero a carico dell’ideatore.
Chi riuscì a fare tutto questo è stato il cypherpunk più famoso fra tutti, un genio rimasto nell’ anonimato, conosciuto solo con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto: il creatore della criptovaluta nota come Bitcoin. Da notare che l’ impostazione ideologica anti-banche centrali riappare anche nel blocco di genesi (ossia il blocco iniziale, denominato blocco 0) dove si legge The Times 03/Jan/2009 Chancellor on brink of second bailout for banks, messaggio che è sia un riferimento al deterioramento delle condizioni finanziarie di quel tempo e sia una indicazione temporale della nascita del bitcoin. Al di là dei luoghi comuni che circolano su questa prima criptovaluta, da un punto di vista tecnologico è stata una innovazione incredibile capace di sopravvivere (e prosperare) in 15 anni di continui progressi nel mondo digitale. Questa “perfezione” tecnologica ci fa comprendere il paradosso del perché le banche centrali (contro cui il Bitcoin era rivolto) pensino proprio di usare la tecnologia che è alla base dei bitcoin.
A dire il vero il bitcoin ha alcune controindicazioni tecnologiche.:
• Il consumo di elettricità collegato al PoW (Proof of Work). Il sistema di certificazione è eccessivamente energivoro: si basa sulla competizione fra i così detti miners impegnati a risolvere problemi crittografici. Ricordiamo che solo chi risolve per primo il puzzle di ogni blocco, ha come gratificazione dei bitcoins (questo è l’unico modo per generare questa criptovaluta) e che questa procedura rende inattaccabile la catena dei blocchi, in quanto ciascuno di essi è difeso da un problema crittografico molto impegnativo e per poter modificare un blocco occorre risolvere il problema associato non solo a quel blocco ma a tutti quelli seguenti (si aggiunge un blocco alla catena ogni 10 minuti) in appena 10 minuti. Quando, infatti, si aggiunge un nuovo blocco, l’eventuale hacker dovrebbe far ripartire l’attacco dall’inizio. Se da una parte questo approccio rende assolutamente sicuro l’ecosistema del bitcoin dall’altra genera uno spreco di energia. A titolo di paragone, la produzione di bitcoin impegna più della quantità di energia utilizzata da un paese di medie dimensioni tipo Argentina.
• Il trilemma di Buterin. Vitalik Buterin, cofondatore di Ethereum che è la criptovaluta più usata dopo Bitcoin, ha dichiarato che sono tre i problemi che i programmatori affrontano nel progettare le criptovalute: decentralizzazione, sicurezza e scalabilità (ossia la capacità di affrontare moltissime transazioni al secondo). Infatti, è molto difficile ottenere che una blockchain verifichi le tre proprietà assieme, mentre è molto più facile averne solo due.
• La variabilità del suo valore. Il prezzo del bitcoin oscilla molto di più delle monete tradizionali.
Per quanto riguarda le due prime problematiche, si tratta di questioni molto tecniche che si sta provando a risolvere. Una soluzione implementata è stata quella di cambiare l’architettura della blockchain facendola evolvere da una catena in un groviglio (detto tangle), come capita per IOTA, ma questa strada non garantisce, per il momento una sufficiente sicurezza. Un’altra è quella di sostituire la Proof-of-Work con una Proof-of-X più efficiente. La strada più promettente sembra essere quella della Proof-of-Stake (PoS) dove la competizione fra i miners è evitata introducendo un criterio di selezione. Due delle prime blockchain ad utilizzare la PoS, sono state Cardano, ideata da Charles Hoskinson e Algorand, fondata dal premio Turing Silvio Micali È comunque opinione comune che queste due problematiche saranno presto risolte in modo soddisfacente.
La terza questione appare molto più difficile da affrontare. Una soluzione potrebbe essere rappresentata dalle stablecoins, ma questo argomento è già stato ben trattato nel già citato articolo di Chiara Oldani.