Dino Cofrancesco, Professore emerito di Storia delle dottrine politiche Università di Genova
A ben riflettere, nella manifestazione organizzata da Michele Serra del 16 marzo sono emerse tutte le contraddizioni, tutti i ritardi storici, tutte le illusioni della sinistra italiana, sia della vecchia che della nuova riformista. Innanzitutto la rilevanza attribuita alla piazza –una rilevanza, per Pietro Ingrao, addirittura ‘costituzionale’. Come cantava Giorgio Gaber nel 1972: “la libertà non è uno spazio libero/libertà è partecipazione” e si partecipa scendendo in piazza, manifestando, erigendo cartelli, cantando ‘Bella ciao’. Al paese inerte, indifferente, preoccupato solo del guicciardiniano ‘particulare’, si contrappone la società civile attiva, informata, decisa a far valere i propri diritti. Dalle assemblee del ’68 alle sfilate sindacali, dalle occupazioni delle scuole ai girotondi di morettiana memoria non c’è nulla che la sinistra non abbia avallato e benedetto, purché ‘proveniente dal basso’. Anche in altri paesi occidentali si sfila nelle strade ma la piazza non è ‘carismatica’, non è portatrice della volontà generale, non rispecchia le idealità più alte della nazione: a riempirla sono partiti, gruppi di interesse, movimenti che, in qualche modo, si fanno pubblicità, richiamano l’attenzione sui loro bisogni, chiedono di prendere in considerazione i loro valori. C’è la piazza politica affollata da cittadini che vogliono essere come gli altri, chiedono di estendere anche a loro la rete dei diritti e delle libertà iscritte nella costituzione formale e materiale di uno Stato (v. le imponenti manifestazioni di Washington promosse da Martin Luther King); e c’è la piazza ideologica che vuole la ‘riforma intellettuale e morale’ del paese, cambiare le regole e la political culture, costruire un nuovo modello di convivenza civile. In Italia chi scende in piazza non si percepisce come una ‘parte’ ma come radice quadrata dell’intera comunità nazionale. 50 mila o 30 mila (come è più probabile), i manifestanti del 16 marzo erano una minoranza ma una minoranza virtuosa, che si attribuisce il diritto morale di porsi alla guida della nazione, in un delicato frangente internazionale come quello che stiamo attraversando .Si vedano sulla giornata del 16 marzo gli articoli di Ezio Mauro su ‘Repubblica’ o di Alessandro De Angelis su ’La Stampa’: non offrono una possibile (e legittima) interpretazione dell’Europa, dell’Occidente e delle sue idealità, sono la voce stessa della civiltà euroatlantica. Non manca, certo, la consapevolezza che non rispecchino il pensiero della maggioranza degli elettori–che non votano secondo le direttive di ‘Repubblica’, de ’La Stampa’ del ‘Corriere della Sera–ma si sa che le masse gregarie e suggestionabili, sono il peso morto della ‘democrazia dei contemporanei’. Non a caso è sempre più martellante—soprattutto a sinistra– il discorso della ‘crisi della democrazia’ dove, però, non si indica mai come venirne fuori. ’Le piazze sono piene ma le urne rimangono vuote’, come avrebbe constatato amaramente Pietro Nenni all’indomani del 18 aprile 1948. Di qui la diffidenza verso la democrazia reale e la speranza riposta nella pars melior generis humani che sarà sempre composta da pochi eletti, come hanno da tempo immemorabile insegnato i critici della democrazia (borghese e cittadina), da Platone ai fascisti e ai comunisti. Di qui la passione e il mito delle avanguardie responsabili e lungimiranti: quelle che hanno fatto il Risorgimento (che, nella celebre tesi di Alfredo Oriani, fu opera di minoranze eroiche, nell’estraneità totale delle popolazioni che si volevano redimere) ma anche quelle che hanno animato le squadre d’azione e, nell’Italia repubblicana, la contestazione studentesca di ieri (che incontrò l’entusiasmo del vecchio azionista Ferruccio Parri) e i raduni anti nazionalisti e antisovranisti di oggi.
Yascha Mounk, ne Il grande esperimento (Ed. Corriere della Sera, 2024), racconta che un sabato pomeriggio lui e la madre si erano trovati, a Monaco, alla fermata della stazione metropolitana di Marienplatz, dove “salirono centinaia di tifosi diretti allo stadio per un match importante: cantavano saltavano, si davano la carica a vicenda. Mia madre mi strinse forte la mano o e mi disse di non preoccuparmi. Già allora sapevo che quella che aveva bisogno di rassicurazioni era lei.|…| Pochi anni prima della sua nascita, molti membri della sua famiglia furono assassinati durante l’Olocausto. Appena ventenne, una violenta ondata di antisemitismo spinse lei e i genitori a lasciare la Polonia. |…| Quando guardava centinaia di tifosi che intonavano un coro, non vedeva un insieme di persone legate dalla passione per il calcio o dall’orgoglio campanilistico. In modo istintivo, per lei quei canti e quei motteggi rappresentavano il lato più oscuro della natura umana. Le ricordavano la tendenza delle persone a radunarsi in gruppi per abbandonare il giudizio individuale a favore dell’esaltazione collettiva e, fin troppo spesso, per infliggere terribili sofferenze a chi da quei gruppi è stato tagliato fuori”.
Nel nostro paese chi ricorda le sommosse studentesche e operaie di un tempo e gli odierni movimenti contro le discriminazioni (razziali, di genere, religiose etc.) sa cosa significa “l’abban-dono del giudizio individuale a favore dell’esaltazione collettiva”: le facce tirate, gli slogan minacciosi fatti di due versi in rima baciata (…*fascista/ sei il primo della lista”), i pugni alzati e, non di rado, l’assalto a negozi, a uffici pubblici, l’incendio di macchine private e la violenza contro passanti ignari. testimoniano gli eroici furori di militanti infiammati più dall’odio per i nemici politici che dall’amore per la propria, nobile, causa.” “Gli è perché le ho viste io quelle facce, le ho sentite io quelle parole” potrebbe dire con don Abbondio.
La sinistra ha sempre visto nei manifestanti il momento, diciamo così, ‘fondamentalista’ della democrazia. la richiesta di un ritorno ai suoi valori originari mortificati dai prezzi da pagare per l’ingresso nelle istituzioni parlamentari. Nella dialettica, teorizzata da Francesco Alberoni, tra movimento e istituzioni si è sempre ritrovata dalla parte del primo o, comunque, si è sempre rifiutata di rompere del tutto i ponti con le ali più radicali del secondo. Purtroppo, va riconosciuto, tutta la cultura politica italiana è stata contaminata da questo stile di pensiero. Il termine eretico non è diventato un termine elogiativo per designare qualcuno che contesta l’area politico-ideologica di appartenenza? L’eretico Piero Gobetti, l’eretico Maio Pannunzio, l’eretico Ignazio Silone, l’eretico Emanuele Macaluso, l’eretico Francesco Cossiga, l’eretico Leonardo Sciascia: persino quando si vuole sottrarre un gerarca alla damnatio memoriae lo si elogia come un ‘eretico del fascismo’ etc. etc. Non viene in mente altro aggettivo per celebrare una grande e benemerita figura della politica e della cultura nazionale. Per converso un servitore dello Stato, difensore intransigente delle istituzioni—e deciso a fare rispettare la legge e l’ordine anche con i manganelli come Mario Scelba—non verrà mai gratificato dell’appellativo ‘ortodosso’, se non per dileggio.
Questa political culture ha assicurato alla sinistra una rendita di posizione non trascurabile: poteva perdere voti sulla sua destra ma poteva contare sempre sul nocciolo duro della vecchia Italia anta-gonista del ‘piove, governo ladro!’ mai riconciliata (per colpa di fascismo, cattolicesimo antirisor-gimentale, comunismo) con i valori della società aperta, ma capace di contenere la frana elettorale che in qualche momento ha minacciato di ridurre all’osso il partito dei compagni d’antan..
Sabato 16 marzo, però, è accaduto l’imprevedibile: le piazze sono diventate non due–come le pizze dello scrivano Felice Sciosciammocca di Miseria e nobiltà–ma tre”: Piazza del Popolo, Piazza Barberini, Piazza di S. Maria in Cosmedin. La più numerosa, è vero, come ha fatto rilevare Alessandro De Angelis, sembrava un raduno di composti gentiluomini. Bene, benissimo ma quale futuro può mai assicurare alla sinistra una piazza ideologicamente esangue, che, da un lato, invoca valori che tutti i democratici non possono che condividere (libertà politica, rigetto delle autocrazie, condanna del nazionalismo tribale, del razzismo, difesa dei diritti individuali etc.) e, dall’altro, vuol far rivivere una mitologia europeista, quella del Manifesto di Ventotene, alla quale era rimasta così a lungo indifferente ed estranea se non ostile e che oggi, nel mutato contesto internazionale andrebbe, per lo meno, rivista e aggiornata?
A Piazza del Popolo le varie componenti della sinistra, quella passata dal filo-sovietismo all’occi-dentalismo (e pertanto più fanatica di tutte, come capita spesso ai neofiti) e le altre di origine riformista–soprattutto PRI– si sono, in realtà, incontrate per un party, utile forse per futuri accordi sulle liste elettorali, nel corso del quale hanno avuto modo di constatare che tra loro potevano esserci dialogo e intese significative—soprattutto contro il governo di centro-destra presieduto da Giorgia Meloni—ma, per il resto, quale altro vantaggio hanno poi riportato dalla scampagnata intra moenia? La sinistra fondamentalista, quella che accorreva in soccorso alle urne, parafrasando il buon Indro Montanelli. ”turatevi il naso e votate PCI”, era nelle altre due piazze, a Piazza Barberini e alla Bocca della Verità dove, tra l’altro, si è fatta portatrice di paure reali, sentite da tantissimi italiani–di un nuovo conflitto mondiale, restii a entrare in guerra affinché neppure un cmq di stato sovrano (e multiculturale) ucraino venga ceduto al Signore del Cremlino. “E se Berlino chiama, lascia che s’impicchi/ crepare per i ricchi non ci piace più” si cantava, tanti anni fa a Genova in uno spettacolo di cabaret ideato da Gianni Fenzi (che militava in un’area di proto-contestatori assieme a Fabrizio De André, Paolo Villaggio e altri). Chi ieri non voleva crepare per Berlino, non è certo oggi disposto a crepare per Volodymir Zelensky. Ne va riconosciuta la coerenza.